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Cherenkov, il mito dimenticato del calcio sovietico

Cherenkov

La sua malattia lo portò a una lotta dentro e fuori dal campo

C’era una volta l’Unione Sovietica e c’era Fedor (Fedya) Cherenkov. Stella dello Spartak Mosca, il centrocampista era come una divinità senza religione, feticcio di un regime ormai in declino. Il mondo avrebbe conosciuto la storia del ‘calciatore del popolo‘ attraverso i filtri della stampa sovietica, ma quella di Fedor è una storia che parla di dedizione, libertà e malattia. Insomma, una storia da raccontare.

Uno dei più grandi giocatori degli anni Ottanta, inutilmente corteggiato dai club oltre la cortina di ferro, Cherenkov era anche una persona profondamente tormentata: l’emblema di un sistema destinato a trascinare con sé la sua stessa mitologia. Secondo Repubblica, lo Spartak Mosca poteva contare su un centrocampista “dall’alto tasso tecnico, grande fantasia, genio nel trovare sempre il passaggio smarcante”. Ma la carriera del calciatore sovietico sarebbe stata segnata, irrimediabilmente, dallo stress e dalla depressione. Una parola, quest’ultima, che si pronunciava sottovoce negli spogliatoi.

LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

È il 1984 quando Fedor tenta il suicidio di fronte ai compagni increduli. La promessa dello Spartak si getta dal sedicesimo piano dell’hotel dove soggiorna insieme alla sua squadra, lì per la sfida di coppa Uefa contro l’Anderlecht. Sono i suoi amici a salvarlo, tirandolo per le gambe. Per il ragazzo, sono queste le prime avvisaglie di una malattia tanto invisibile quanto pericolosa.

Il gesto estremo si consuma in un momento molto positivo – calcisticamente parlando – per quello che verrà definito il Mancini dell’Est. A inizio carriera, nel 1979, Cherenkov aveva infatti collezionato una serie di ottime prestazioni, coronate da una medaglia di bronzo alle Olimpiadi. Anche se i biancorossi non sono la migliore squadra del blocco comunista, Cherenkov viene nominato calciatore dell’anno nell’83 e persino nell’89, nonostante la continua lotta contro la sua condizione.

LA CADUTA

Perché il nome di Cherenkov è stato dimenticato? Dopo i primi successi dentro e fuori l’Urss, Cherenkov diventa evanescente, schermato dagli sguardi indiscreti dei club occidentali che hanno iniziato a notarlo e a volerlo. E poi ha un carattere eccezionale, per nulla presuntuoso, umile e rispettoso, che piace all’establishment. Perciò le società che provano ad avvicinarsi a lui, tra cui l’Aston Villa, non vengono prese in considerazione, né dalla società moscovita, né dal ragazzo, che in Russia ci sta bene. Ben presto, però, anche la maglia della nazionale inizia a stargli stretta, perché il controllo dei membri del partito si acuisce dopo i primi ricoveri.

Nel frattempo, la salute di Cherenkov continua a peggiorare. Dopo lo shock dell’hotel di Tbilisi, il calciatore riprende a giocare in seguito a un lungo stop. Di cosa soffre il regista dello Spartak? Nessuno lo sa e comunque nessuno vuole ammetterlo. “Fyodor ha avuto periodi di depressione e stress, ma non abbiamo mai compreso appieno la natura di questi problemi. I geni non possono essere diagnosticati. Possiamo solo immaginare”, ammette Sergei Rodionov, miglior amico di Fedor e compagno di squadra. Considerare la depressione come una patologia è per molti un tabù, un fatto culturale: non si vede, quindi non esiste. Eppure quel nodo alla gola avrebbe accompagnato il campione fino alla sua morte nel 2014.

Cherenkov non è inviso ai piani alti, anzi, si sente profondamente legato alla filosofia sovietica di ‘squadra’ (non me ne vogliano i puristi della lingua) che trova nello Spartak un esempio perfetto. Il suo è un legame sincero, dettato da una passione genuina per il calcio. Sostanzialmente lontano dai meccanismi dei campionati europei, timido e impacciato fuori dal campo, sul terreno di gioco e durante gli allentamenti è maniacale. In un mondo in cui una piccola sbavatura è l’eccezione alla regola, essere migliori degli altri è il dogma con cui si allenano gli atleti del blocco sovietico, e non solo. Cherenkov finisce per caricarsi del peso emotivo e fisico del gioco e, da buon centrocampista, della squadra.

L’ESCLUSIONE DAI MONDIALI

Qualcosa continua a non tornare e non solo nell’annus horribilis 1984. Nel 1982 lo stato di salute di Cherenkov non era visibilmente diverso da quello degli altri. Perché allora la sua esclusione dai Mondiali, poi ribadita nel 1986 e nel 1990? Malgrado le ottime prestazioni in nazionale, riassumibili nell’impresa del Maracanã, Cherenkov era comunque rimasto fuori dalla convocazione. In questo caso, la risposta va ricercata nella rivalità – e invidia – interna alle squadre. Ad allenare la nazionale negli anni Ottanta c’è Valeri Lobanovsky ‘Il Colonnello’ della Dinamo Kiev, acerrima nemica dello Spartak. Sono proprio queste due compagini a contendersi il più delle volte il campionato, perciò la scelta di Lobanovsky di escluderlo dalla rosa. La narrazione tornerebbe: l’esclusione del 1982 avrebbe esercitato un forte impatto psicologico su Fedor, fino alla crisi dell’84.

Un po’ per lo stress da prestazione e poi perché alla prima crisi ne segue un’altra, e un’altra ancora, Cherenkov deve abbandonare la preparazione per Messico ’86. “Io mi sono ammalato di depressione, ho tentato il suicidio, perché fisicamente non ce la facevo a reggere la pressione che mi ero imposto, ero troppo debole” avrebbe raccontato nel 1997 a Repubblica. Tra alti e bassi, in campionato il giocatore resta tuttavia un punto di riferimento. Quando scende in campo, la sua bravura vince su tutti e in Russia la sua fama lo precede. Ma solo in Russia, tra la sua gente.

Dettaglio drammaticamente curioso: la salute del russo peggiora ciclicamente, trovando negli anni pari la sua condizione peggiore e in quelli dispari un miglioramento. Per uno sportivo, anno pari significa Coppa del Mondo.

UN POSTO NEL MONDO

All’età di 30 anni, l’ultima grande occasione per il riscatto fisico e morale sono i Mondiali del ’90 in Italia. Anche in questa circostanza non c’è nulla da fare perché Fedor viene lasciato a casa. Alter ego del più ribelle Nureyev, dopo la caduta della cortina di ferro Cherenkov prova l’esperienza all’estero deciso a rimettersi in gioco. Si trasferisce a Parigi con l’amico Rodinov, giocano insieme in una squadra della seconda divisione francese, lo Stella Rossa, lontana anni luce dalla tecnica dello Spartak.

L’ex biancorosso non resiste che pochi mesi a Parigi e torna in patria prima di tutti gli altri connazionali. In Europa c’è qualcosa che non lo convince nel modo di interpretare le cose. Anni prima ‘oltrepassare il confine’ doveva davvero significare scoprire un mondo diverso, che a Cherenkov ora appare impoverito da una corsa a El Dorado: la ricchezza sfrenata e l’individualismo. Il suo mito resta Jašin, umile malgrado la fama, sempre disponibile al confronto, “non come i giocatori di adesso, che si credono subito importanti, perché hanno i soldi” si legge sempre su Repubblica.

Cherekov capirà solo a metà anni Novanta che il suo talento era stato messo in discussione da se stesso, ancor prima che dai complicati giochi di potere dell’Urss. Malgrado la stima dei suoi compagni di squadra e dell’amato allenatore Beskov, Cherenkov non si piaceva e al momento del riscatto, appende le scarpette al chiodo. Quello che gli serve, forse, è solo una vita normale come allenatore e dirigente nei ranghi dello Spartak fino alla morte prematura. Il calcio non avrebbe dovuto dimenticare il grande Cherenkov, ma lo ha fatto.

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