Calcio

Il calcio boicotta i social: il silenzio sfida il razzismo

Enoughisenough

La lotta al razzismo viaggia ancora una volta sui social. La protesta silenziosa di alcune squadre di calcio britanniche ha attraversato la Manica, se non coi fatti, almeno con il clamore. Paradosso dell’era moderna, nella miriade di contenuti condivisi ogni ora, l’assenza fa più clamore dalla presenza. #EnoughIsEnough è l’hashtag della campagna di sensibilizzazione lanciata dallo Swansea della seconda divisione inglese per fermare l’odio virtuale. “Molti dei nostri giocatori sono stati sottoposti ad abusi abominevoli solo nelle ultime sette settimane” recita la nota diffusa dal club prima del silenzio stampa.

LA PROTESTA CONTINUA

Il boicottaggio dei social è stato seguito anche dalla squadra femminile Swansea City Ladies e dai rispettivi staff. Dall’8 aprile infatti, i profili Facebook, Instagram, Twitter, Snapchat, YouTube e TikTok non sono più stati aggiornati. L’iniziativa è stata accolta anche dagli scozzesi del Rangers Glasgow, incoraggiati dalla presa di posizione dell’ex attaccante Thierry Henry. Il francese è stato il primo volto del calcio internazionale a sospendere l’utilizzo del suo account in quanto “l’ambiente dei social è diventato troppo tossico perché la cosa possa essere ignorata ancora. È diventato facile creare un account, usarlo per intimidire e molestare altri utenti e non pagare alcuna conseguenza. Anzi, chi si comporta in questo modo è potenzialmente coperto da anonimato”.

SOCIAL, OSTELLO DI HATER

Secondo i club il problema sta nella gestione interna (la policy) dei social, che dovrebbe essere rivista e aggiornata sulla base di parametri più accurati. L’obiettivo è quello di limitare i commenti discriminatori fino ad arrivare alla sospensione degli account accusati di incitamento all’odio. Spiegano i Rangers: “la speranza è che venga intrapresa un’azione chiara e diretta da parte delle persone che detengono la proprietà delle piattaforme social. La verifica di base degli utenti come parte del processo di registrazione a qualsiasi social garantirà che le persone siano facilmente identificabili, e quindi responsabili delle loro azioni e parole”, riporta Rivista Undici.

Il problema dell’hate speech – le discriminazioni e le offese via social – è uno dei temi sensibili dell’attualità e, tra le società coinvolte, l’Arsenal è una delle più attive: con la campagna #StopOnlineAbuse, i Gunners hanno evidenziato un “lato oscuro” troppo importante per essere messo da parte.

Alessandro Pagano, Nss Magazine

LUCI E OMBRE

Lo ‘sciopero dei social’ coinvolgerà anche altre squadre, tra cui l’Arsenal, che hanno dichiarato di essere sensibili a questo argomento. Peraltro è toccato all’Arsenal in occasione del match di Europa League contro lo Slavia Praga constatare il fermento che sta attraversando il mondo del calcio, perché i biancorossi non si sono inginocchiati nel classico gesto per dire no al razzismo.

Una presa di posizione non casuale quella dello Slavia Praga, visto che nella partita precedente con il Rangers Glasgow, Ondrej Kudela sarebbe stato aggredito e pestato con calci e pugni dagli scozzesi nel tunnel che conduce agli spogliatoi. Si è parlato di un regolamento di conti, visto che Kudela era stato accusato nel corso della partita di offese razziali ai danni di Kamara. L’allenatore degli scozzesi, Steven Gerrard, non sarebbe intervenuto per placare la rissa. Un triste epilogo di una partita finita con due espulsioni, sei cartellini gialli e un intervento killer ai danni del portiere Kolar. Verrebbe da dire che c’è molto su cui lavorare.

SUL FILO DEL RASOIO

La Coca Cola ha annunciato di essersi unita al boicottaggio di Facebook, Instagram, YouTube, Twitter e degli altri social media accusati di non fare abbastanza per combattere la presenza di contenuti d’odio e razzisti nelle proprie piattaforme. Il gigante americano ha detto che fermerà tutte le sue pubblicità sul digitale almeno per un mese […]. Al boicottaggio, promosso dalla campagna Stop Hate for Profit, hanno aderito altri colossi come Unilever e Verizon.

Repubblica, 27 giungo 2020

Niente di nuovo quindi, ma come si dice, repetita iuvant. Ora a preoccupare è anche il clima di tensione scaturito da atteggiamenti violenti, discriminatori e pericolosi per la società. Una spirale di odio che non fa bene allo sport.

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